No Time, No Space

Quando parto per un viaggio, la prima cosa che faccio è selezionare con cura una valigia adeguata. Una volta individuata, la imbottisco senza pensare a ciò di cui realmente avrò bisogno. L’obiettivo esclusivo è quello di riempire il contenitore. L’apologo della valigia identifica abbastanza bene anche quale sia il mio rapporto con il tempo. Dato un certo numero di ore giornaliere da dedicare al lavoro, lo scopo del gioco sarà quello di occupare il più possibile questo spazio con buoni propositi, progetti ed aspirazioni, con la certezza di lasciare pressocchè inevasa la maggior parte di essi. Mi capitava anche all’Università, quando, una volta prelevati i testi per l’esame in biblioteca, mi sembrava di aver già compiuto il mio dovere e che la fase di studio reale fosse solo un accessorio trascurabile. In effetti, il mio genere letterario preferito è certamente il riassunto. Il mio problema non è dunque quello di trovare il posto per tutto ciò che vorrei/dovrei fare (di posto ne ho in abbondanza), ma di tirare per le lunghe il poco che realmente faccio, in modo da occupare le immense praterie di tempo libero a disposizione, senza lasciare spazi smaccatamente scoperti. Non sono mai stato abile nella programmazione e nella gestione controllata del tempo. Non ho un’attitudine ‘fordista’, vivo piuttosto d’imprevedibili e disarticolate impennate stacanoviste, quasi sempre dettate dall’urgenza. La pressione è il mio miglior carburante e con gli anni ho appreso che ogni cosa può diventare urgente, se solo si ha la pazienza di aspettare abbastanza a lungo. Per anni ho perfino indossato un orologio al quarzo cinese che segnava un minuto ogni 55 secondi, nel tentativo artificiale di darmi fretta, poi però l’oggetto finì per accorgersi dello stratagemma e si rifiutò di proseguire nell’inganno. Il lavoro, comunque, mi piace, mi affascina e potrei starmene seduto per ore a guardarlo. Per questo condivido Bergson: l’oggettività spaziale delle lancette dell’orologio è materia triste da lasciare ai fisici. Il tempo è invece una dimensione soggettiva, in cui un’ora di ozio irresponsabile vale quanto cinque di lavoro coscienzioso. Purtroppo però non avere tempo è ormai diventato uno status ed è necessario trovarsi un impiego sufficientemente invasivo per poterne fare sfoggio in pubblico ed essere universalmente stimati. Altrimenti non resta che fare un figlio. Le due cose ottenute all’unisono, poi, ci renderebbero apprezzati e rispettati almeno quanto Fiorello o Pol Pot.

 

 

 

 

 

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Una risposta a No Time, No Space

  1. Ciao, bel blog, ci sono capitato per caso e mi sono trovato subito bene. Ti seguirò. Ti lascio l’indirizzo del mio blog, se ti va fai un passo, bye.
    http://allegriadinubifragi.wordpress.com

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